sábado, enero 12

Andare oltre. Superare le parole per giungere alla Grazia


Nominare o non nominare, porre etichette alle esperienze e ai sentimenti, oppure liberarli da vincoli riduttivi… A volte sembra che si trovi qui la grande battaglia che viviamo a livello personale, ma è ancor più forte in campo politico, religioso e sociale.
Parole come cristiano, agnostico, uomo, donna, omosessuale, transessuale, malato, sano, ricco o povero… non sono forse mura che ci separano? Non sono l’origine di molti scontri? Sulla base di una prima lettura del messaggio evangelico dovremmo dire che sì, che le parole in realtà non sono l’importante, che queste etichette che abbiamo costruito per cercare di spiegare un po’ meglio il mondo, quello che ci accade, la maniera in cui percepiamo il nostro corpo, o l’oppressione che stiamo vivendo, non è l’essenziale.
Ciò che importa sono le azioni, non interessa da dove giungano, si potrebbe anche provare a dimenticare le motivazioni di chi le compie. La cosa importante è sempre l’azione e le sue conseguenze. La parabola del buon samaritano, per esempio, ci direbbe che l’essenziale non è essere un maestro della legge, un sacerdote, un levita o un samaritano.
Possiamo aggiungere che non importa se uno è sacerdote, ateo, musulmano, eterosessuale, povero o figlio di immigrati… la cosa importante è l’azione di abbandono o l’implicazione che ogni persona realizza con la realtà del prossimo. Il comportamento parla da sè, le parole sono superflue o addirittura ingannano.

Anche riflettendo su Dio, la Bibbia ci darebbe la stessa risposta; non si tratta tanto di comprendere se sia un padre o una madre, vendicativo o liberatore, un Dio della legge o della grazia… bensì di scoprire le azioni che ha fatto e che fa nella sua creazione, intorno a noi e in noi stessi. Queste azioni sono ciò che realmente spiegano chi è, le parole invece potrebbero allontanarci da Dio stesso e impedirci di percepirlo tale e nel modo in cui vorrebbe manifestarsi.
Ma se è vero che le parole non sono le cose, non possiamo negare che le rendono visibili e, a volte, le fanno anche diventare reali. E se qualcosa non si nomina, non esiste, non è solo una bella frase, ma una realtà. Alcune persone sentono allergia, o una certa repulsione per le etichette, ma dimenticano che normalmente ciò che chiede di essere nominato, è ciò che il dominio o il potere di qualcuno vorrebbe rendere invisibile. Essere uomo, ricco, della religione principale, eterosessuale, esercitare il potere o avere un corpo normale e sano, non ha bisogno di far mostra di sè nel mondo, il mondo è suo, e lo grida ai quattro venti in ogni istante e in ogni luogo. Lo fa utilizzando etichette come normalità, successo, felicità, equilibrio, armonia ecc… che non sono altro che la propaganda di coloro che stanno in cima alla piramide della società umana.
Non si può negare che, d’altra parte, potremmo incontrare coloro che utilizzano le etichette per opprimere, dimenticando che tutti gli esseri umani sono ben più che un’etichetta. Mi raccontava una conoscente che durante la sua adolescenza si rese conto di essere lesbica, per vent’anni aveva vissuto con una donna della quale era innamorata ma un giorno si innamorò di un uomo, e non solo soffrì per la rottura con la sua donna, ma anche per aver tradito un intero gruppo di persone.
Le parole descrivono, fanno comprendere alle persone il posto che occupano, ma non limitano a quel luogo. Ognuno di noi è più che una parola o un insieme di queste. Ma senza le parole, le persone sono invisibili. Anche il Dio innominabile ha una parola nella nostra lingua, altra cosa è credere che la divinità si esaurisca in quella parola.
L’esperienza di tanti omosessuali è quella di non poter verbalizzare i propri sentimenti, sul come si sentivano e quello che erano. Molte comunità che fanno sforzi per l’accoglienza, credono che il cammino di non porre etichette possa aiutare ad evitare alle comunità di vivere uno scontro, ma non comprendono che quello che stanno chiedendo, a coloro che necessitano di avere un nome per esistere, è di non esistere.
Questo è solo un esempio, ma possiamo estenderlo ad altre casistiche in cui le minoranze sono messe a tacere, per il bene della pace comunitaria. Una bugia ovviamente, perchè dove ci sono persone che sono sottomesse, messe a tacere o umiliate, non c’è la pace, bensì una tregua più o meno fragile che prima o poi porterà ad un conflitto.
Passando ad una seconda fase, nella quale la parola è arrivata ad occupare un posto nella società, la battaglia principale passa ora ad un altro livello… al contenuto. Si tratta di cercare con tutti i mezzi, e altri lotteranno per evitarlo, che il contenuto di questa parola sia quello che vogliamo, e non tanto ciò con cui veniamo descitti o quello che ha reso necessaria la sua esistenza.
Oggigiorno, per esempio, la grande crisi che attraversiamo, dimostra ora più che mai che la parola povero non si riferisce solamente a degli esseri umani più o meno distanti, ma abbiamo invece l’impressione che la maggior parte delle persone corrano il rischio di convertirsi in poveri. Ma allora chi è il povero? Potrebbe essere in alcuni casi la persona stigmatizzata da avidità, da pigrizia, da ignoranza, da stupidità, dall’essersi fatta ingannare dalle banche… e visto in questo modo, potrebbe dipendere anche dalle sue responsabilità se dorme in strada con i suoi figli. Da dove viene questa idea?
Forse dovremmo pensare a chi ne trae vantaggio, a chi ci mette in discussione, per capire coloro che per interesse vorrebbero che i poveri siano tutto questo. A questo siamo arrivati, dove altre persone alzano la voce per dire che i nostri poveri sono le persone oppresse dai mercati, abbandonati da un governo che è alla mercè della signora Merkel, o li gettano direttamente sulla strada per colpa delle banche che li ha sfrattati.
In ambito religioso la parola delle parole è Dio, e qui tutto il mondo sa che è dove si decide ciò che è importante. Chi lo porta sul suo terreno vince, chi desidera identificare la sua ideologia, la sua maniera di vedere il mondo, con Dio, è già a metà strada da aver la vittoria. Dio è amore, ma…. è qui comincia il punto dolente di delimitare l’amore di Dio che tanto ci rende nervosi. Ecco dove inizia l’ideologia di ognuno. Dicendo Dio è amore, non ci è sufficiente, Dio dev’essere qualcosa di più di qualcuno che metta ordine in un mondo che ci sembra disordinato.
Dio è giusto, ma la giustizia di ognuno è quella che Dio deve seguire. Dio è padre, ma un padre che punisce. Dio è pace, ma la pace che scelgo io, sebbene faccia soffrire molta gente. Dio è il successo…. e qui continuiamo allontanandolo con le nostre definizioni, limitazioni e dichiarazioni, è come dirci che è la nostra maniera di vedere il mondo, perchè in definitiva Dio sono io.
Forse a questo punto, ci rendiamo conto di ritornare al principio, a domandarci sul significato delle parole. Dopo questo cammino, riceviamo nuovamente la risposta che le azioni sono le uniche che realmente definiscono e che queste sono più liberatorie delle parole, anche se non riusciamo proprio a rinunciare ad esse.
Dio è colui che si è rivelato a noi poichè rivelatosi a noi, una persona transessuale diventa mia collega di lavoro, una persona con una malattia mentale diventa mia sorella e mio amico. Ogni essere umano, anche se mi costa comprenderlo, è il mio prossimo, o almeno dovrebbe esserlo.
Lì, nell’essenza, nell’incontro, c’è il significato delle parole, e solo dopo questo incontro e non dopo le nostre ideologie personali, che queste si riempiono di significato.

Carlos Osma

Liberamente tradotto da Adriano C. (Progetto Gionata)
Testo Originale: Más allá de las palabras

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